mercoledì 1 maggio 2019

!° Maggio 2019

Gli sfruttati di oggi sono tanti: 
operai, 
contadini,
pastori,
pescatori,
lavoratori precari, 
disoccupati, 
disoccupati con reddito di cittadinanza e senza, 
lavoratori in nero sempre ricattati, 
migranti appena arrivati, 
migranti arrivati da tempo e e che vivono come gli italiani più sfruttati, 
impiegati di livello retributivo basso, 
insegnanti malpagati, 
pensionati ai livelli di sussistenza,
partite IVA che spuntano come lavoratori in proprio ma nei fatti sono dipendenti ricattati con orari di lavoro pesanti, 
professionisti marginali, 
imprenditori sull'orlo di chiudere la propria impresa. 
Il fatto è che non sono uniti, ma divisi lottano spesso l'un contro l'altro. 
PROLETARI DI TUTTO IL MONDO CERCATE DI CAPIRE CHI SIETE E UNITEVI.

giovedì 14 marzo 2019

Il salario minimo in Italia è un’urgenza


Abbiamo bisogno di una norma dove si dice con chiarezza che se un lavoratore viene pagato 3 euro allora per raccogliere pomodori trattasi di riduzione in schiavitù e vanno perseguiti penalmente il datore di lavoro e il mediatore di lavoro.
Vediamo cosa dice Landini segretario CGIL
“Non siamo contrari al salario minimo come concetto ma, visto che tra l'80 e il 90 per cento dei lavoratori italiani è coperto dai contratti nazionali, noi proponiamo di rendere quei contratti ‘erga omnes’, che valgano cioè per tutti. In questo modo, oltre al salario, anche altri aspetti come le ferie diventerebbero per legge i minimi sotto cui non si può andare, minimi non fatti dal Parlamento, ma dalla contrattazione tra le parti. Basterebbe recepire gli accordi interconfederali”. A dirlo è il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, in un'intervista rilasciata al settimanale L'Espresso: “Se invece il Parlamento stabilisce un salario che prescinde dalla contrattazione, e che può essere persino più basso dei limiti contrattuali, diventa una norma di legge che contrasta la contrattazione collettiva.

 Non  sono saccordo con Landini su questo aspetto: la retribuzione minima di unora di lavoro non contrasta con la contrattazione collettiva, perché la contrattazione collettiva può essere sempre migliorativa del minimo. E in tutte le situazioni organizzate il sindacato può esercitare il suo ruolo. Qui si tratta di tutelare i lavoratori che non riescono ad organizzarsi sindacalmente.  Il minimo va considerato come soglia per evitare le condizioni di supersfruttamento, e la norma sulla retribuzione minima va accompagnata dalla funzione di controllo degli ispettorati del lavoro.
Quanto allallargamento dei contratti erga omnes, istituto già previsto, questo non riesce ad influire nelle situazioni di lavoro marginale;  e in molti casi, specie per lavori occasionali e piccolissime aziende, è pressoché inapplicabile. (fr.z)

LINK

SALARIO MINIMO
IN GERMANIA
Francia
IN EUROPA
La proposta 5 stelle


mercoledì 13 febbraio 2019

Il Reddito di cittadinanza e gli ultimi


 Il Reddito di cittadinanza rischia di lasciare fuori gli ultimi, i più bisognosi, i cosiddetti clochard, i senza fissa dimora.
 La mancanza di una residenza può diventare l’ostacolo più forte per determinare l’esclusione.
 Ma se ciò accade, questa volta non si può dare la cola allo Stato; sono i Comuni che conoscono il fenomeno sul loro territorio, che hanno a disposizione i vigili urbani e che possono censire l’entità del fenomeno.
  I comuni debbono dare una residenza ai senza fissa dimora che dormono all’aperto o in luoghi di transito coperti per ripararsi dal freddo. Queste persone vanno censite e gli va dato un posto dove dimorare, e se il Comune non riesce a provvedere subito, deve almeno urgentemente dare una residenza virtuale presso lo stesso Comune, o una qualsiasi sede comunale, per permettere a queste persone di accedere al reddito di cittadinanza. 
 Una volta ottenuto il Reddito di cittadinanza presso il Comune, il comune stesso potrà trattenere una parte di tale reddito per provvedere ad un alloggio provvisorio o definitivo. E visto che i comuni non sono tutti così solleciti verso gli Ultimi, lo Stato deve dare una Direttiva ai Comuni anche sotto la forma di Dispositivo applicativo della Legge sul reddito di cittadinanza.
Non va accettata la critica che alcuni esponenti politici cominciano a fare al reddito di cittadinanza che non ha pensato agli ultimi; c’è la possibilità di provvedere subito e con urgenza. (fr. z.)

Immagine da:

mercoledì 30 gennaio 2019

reddito di cittadinanza in gazzetta ufficiale


Il reddito di cittadinanza nella versione Di Maio del Governo 5stelle/lega è in Gazzetta Ufficiale
Trattandosi di un decreto il  provvedimento è entrato in vigore.  Successivamente, il testo arriverà alle Camere, che avranno i consueti 60 giorni di tempo per l’iter di conversione. E non si esclude che il passaggio parlamentare possa apportare modifiche al provvedimento.

Qui di seguito il decreto in copia dalla Gazzetta – questo blog in post successivi esaminerà alcuni punti di forza e di debolezza di questa misura.

domenica 27 gennaio 2019

Ad un passo dal reddito di cittadinanza, quali riflessi sulla domanda interna


Forse approda il cosiddetto reddito di cittadinanza nella versione voluta da Di Maio, e ad aprile ci dovrebbero essere le circolari applicative della nuova normativa.
E’ una riforma, che sia pure con tutte le contraddizioni, viene a portare un cambiamento importante nel welfare in Italia.
 Una delle bordate degli acerrimi oppositori è quella di dire che non porterà nuovo lavoro.  Questa affermazione non è vera. Non si riesce a quantificare l’entità di lavoro che  potrà generare, ma sicuramente  l’incrementare la domanda interna di beni porta ad avere un riflesso sulla produzione con il conseguente aumento di lavoro.
I circa sei miliardi che  arriveranno a cittadini attualmente sprovvisti di reddito saranno sicuramente spesi in beni soprattutto di prima necessità, e non saranno tesaurizzati e messi da parte, non solo per i marchingegni delle tessere di Di Maio, ma perché quei cittadini hanno immediati bisogni di spesa.  Ma non tutto avrà un riflesso sulla produzione nazionale, e per comprenderlo può servire un esempio: se il percettore del reddito comprerà un chilo di limoni di Sicilia, si avrà un riflesso su un produttore nazionale,  se comprerà un chilo di limoni spagnoli il riflesso si avrà in parte sulla rete di commercializzazione nazionale e in parte sul produttore estero,  Ma ciò è normale e dipende dalla condizione dei mercati aperti.
 Quindi il riflesso positivo sulla domanda interna ci sarà e in qualche modo inciderà sull’incremento della produzione e sull’incremento di posti di lavoro. Quanti è in quanto tempo, non è facile da valutare. E se sarà poco dipende soprattutto dal fatto che sei miliardi sono ben pochi.
 Vediamo cosa potrebbe accadere se questi sei miliardi,  al posto di andare verso persone povere prive di redditi, andassero verso persone che già percepiscono redditi medio alti: una parte andrebbe verso lo sviluppo dei consumi ed un’altra parte verrebbe tesaurizzato o messo da parte in previsione di consumi futuri, l’incremento della domanda sarebbe sicuramente inferiore.
 Certo non può essere solo questa misura a generare nuovo lavoro,  deve essere accompagnata da più misure. Ma in ogni caso è una misura che ha un duplice aspetto: quello di sostegno ai ceti più poveri per diminuire il malessere sociale e quello di sostegno della domanda interna per il suo aspetto economico. (fr. z.)

lunedì 14 gennaio 2019

In appello ha vinto Lisa, era stata licenziata per aver “rubato” un monopattino dai rifiuti


Comunicato  di Change.org 
12 GEN 2019 — 
Cari amici/amiche,
grazie a tutti per le vostre firme e i vostri sforzi. E' con grande piacere che vi annuncio che la vicenda di Lisa ha avuto un lieto fine.
I giudici in appello hanno dato ragione a Lisa che dovrà essere riassunta dalla sua azienda.
Vi auguro un buon week-end!
Grazie ancora.
Sergio
La recente notizia di stampa
i due precedenti post di questo blog


venerdì 4 gennaio 2019

2018 l’orribile normalità dei morti sul lavoro


L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro
comunica dati che dovrebbero allarmare:  i morti sul lavoro nel corso del 2018 sono aumentati:
Sono 703 i morti sui luoghi di lavoro del 2018. Con i morti sulle strade e in itinere, considerati dallo Stato e dall’INAIL come morti sul lavoro, arriviamo a oltre 1450 lavoratori morti per infortuni. Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio, che monitora tutti i morti sui luoghi di lavoro, anche i non assicurati INAIL e tutti quelli che non dispongono di un’assicurazione. 
Rispetto al 2017 registriamo un aumento del 9,7%.
L’Agricoltura registra il 33,3% di tutti i morti sui luoghi di lavoro (è così tutti gli anni); il dato impressionante è quello dei 149 agricoltori che hanno perso la vita guidando un trattore rimanendone schiacciati. Nessuno ha mosso un dito neppure quest’anno per arginare e informare sulla pericolosità del trattore, oltre che mettere a disposizione fondi per renderli più sicuri.
La seconda categoria con più morti è l’Edilizia che conta il 15,2% di tutti i morti sui luoghi di lavoro. Questa categoria, forse a causa della crisi dell’edilizia, registra un calo delle morti di oltre il 5% rispetto al 2017. 
Gli autotrasportatori (li monitoriamo tutti assieme, anche se fanno parte di categorie diverse) sono percentualmente il 12,1% di tutti i morti sul lavoro. L’Industria, di tutte le categorie (esclusa l’edilizia) ha complessivamente il 7,8% di tutti i morti sul lavoro. Pur avendo milioni di addetti ha percentualmente pochi morti, questo perché ha ancora un sindacato forte che riesce a dialogare e a far rispettare più di altri comparti la Sicurezza sul lavoro. A morire per infortuni sono quasi tutti lavoratori in appalto: dipendenti di altre aziende, spesso artigianali, muoiono per infortuni nelle aziende stesse. Nemmeno i Sindacati non s’interessano di questi lavoratori figli di un “dio minore” che non hanno articolo 18 e lavorano in insicurezza senza nessun controllo.  Continua su   https://cadutisullavoro.blogspot.com/

giovedì 3 gennaio 2019

chi arriva e chi parte per un lavoro - le valige del capitalismo


Migranti dall’Africa che arrivano disperati in Italia – Migranti Italiani in cerca di lavoro che lasciano l’Italia – si chiama CAPITALISMO

Nel 2017 se ne sono andati dall’Italia circa 285 mila cittadini. È una cifra che si avvicina al record di emigrazione del Dopoguerra, quello degli anni ‘50, quando a lasciare il Paese erano in media 294 mila Italiani l’anno.

Chi espatria, va principalmente in Europa (Germania e Gran Bretagna in testa). E se fino al 2002 il 51% degli emigrati con più di 25 anni aveva al massimo la licenza media, ora quasi un terzo sono laureati. Questa “fuga di cervelli” per il Paese rappresenta una perdita in tutti i sensi. Ogni emigrato istruito è infatti come un investimento che se ne va: mediamente 164 mila euro per un laureato...
Secondo il “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, la maggior parte continua a trovare impiego in occupazioni poco qualificate, ristoranti e pizzerie in cima alla lista.




sabato 1 dicembre 2018

REDDITO DI CITTADINANZA – appunti di viaggio


Non so a che punto siano Di Maio e quelli del suo staff che studiano l’attuazione del Reddito di cittadinanza, comunque mi auguro che facciano un discreto  provvedimento, perché trattasi di qualcosa d’importante per tanta gente che non ce la fa a tirare avanti.
 Sulla questione Reddito di cittadinanza, non voglio stare dalla parte di quelli che esultano e non voglio stare tra quelli che si augurano che il Governo possa sbagliare; e neanche con quelli che sanno già tutto e prevedono già tutto.
 Va fatto un Reddito di cittadinanza  perché va ribadito che si lavora per il pane e che se il pane c’è va in qualche modo distribuito. Va fatto perché un lavoro la società può costruirlo se vuole: c’è da ripulire l’Italia da tutta l’immondizia lasciata in giro, c’è da avviare tutto il riciclo dei rifiuti, c’è da fare argine ad un territorio sempre più disastrato, c’è da fornire servizi a cittadini  in difficoltà. Ci sono  anche da produrre nuovi beni che non inquinano e c’è anche da dividere il carico di lavoro di tanti vessati da orari pesanti che non lasciano spazio al godimento della vita.  C’è tanto da fare e il lavoro si può trovare;  e se il Privato stenta a trovarlo deve darsi da fare il Pubblico. Ma nel tempo di attesa nessuno deve essere gettato nella disperazione di un’assoluta mancanza di reddito, nella  povertà.
 Magari questo Governo potrà sbagliare la misura e farla  con qualche difetto, ma va fatta; va iniziato un processo di consapevolezza; occorre arrivare alla coscienza che nessuno deve restare abbandonato se vive in una società.
Per quel poco che so sul problema e che ho cercato in questi anni di affrontare nel blog
ho inviato una lettera a Di Maio –
 via mail ed anche via Raccomandata con ricevuta di ritorno.
So che la lettera è arrivata a destinazione perché ho la ricevuta di ritorno e so che la spedizione mi è costata € 8,10. So anche, che essendo nessuno,  non posso pretendere alcun segno di ricevimento, tranne quello postale che ho pagato; so purtroppo che Uno non vale Uno.
Francesco Zaffuto

martedì 13 novembre 2018

La Madonna non ha mobili IKEA


Il Tribunale di Milano, sezione Lavoro, ha confermato la legittimità del licenziamento operato da  Ikea di  Marica Ricutti– la donna, separata è madre di due figli piccoli di cui uno disabile –, per la gravità dei comportamenti tenuti. Aveva osato chiedere con forza un orario di lavoro più flessibile e più umano.
(Per commentare questa  notizia  non trovo sufficienti parole e mi affido all’immagine della Madonna di Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato fr.z.)

venerdì 2 novembre 2018

L’ultimo morto su lavoro di ieri aveva 18 anni


L’ultimo morto su lavoro di ieri aveva 18 anni
nell’anno 2018 – già numeri terribili di morti sul lavoro
Per i numeri spaventosi di morti sul lavoro di quest’anno
IL LINK dell’ Osservatorio che con cura li raccoglie
Qui sotto solo alcune parole


Morti bianche

Parlando
sotto un bianco lenzuolo
un filo di voce:
non c’era la guerra
non ero un eroe,
si stava in pace
e quel giorno
non c’erano
bimbi da salvare dall’incendio,
non avevo neanche
una famiglia da sfamare.
Lavoravo solo per me
e per quei miseri trenta denari.
Ora sono sotto
questo bianco lenzuolo.
Quale croce
volete
ch’io indossi?

(fr.z.)

Il quadro dell’immagine è di Carlo Soricelli

sabato 27 ottobre 2018

Grano duro, difendere la produzione agricola in Sicilia


Un Decreto ministeriale stabilisce, di fatto, che il Mezzogiorno dovrà produrre meno grano duro biologico. Provvedimento che colpisce, in particolare, la Sicilia, prima Regione italiana nell’agricoltura biologica.



Ricordo che mio padre faceva seminare un anno fave ed un anno grano e che bastava per rigenerare il terreno. Ho chiesto ad un mio amico Agronomo, Liborio Mastrosimone, un parere tecnico. (fr.z)

Il parere sell’Agronomo
Ricordi bene – per tutelare la fertilità del terreno esistono 1000 tecniche la migliore per mia esperienza personale era il DEBBIO” Pratica di bruciare le stoppie dei cereali dopo la mietitura, interrando poi le ceneri per migliorare il terreno” che sicuramente ricordi – oggi vietata - il Ministro Leghista Centinaio copre interessi industriali e di commercio internazionale – nella realtà siciliana il biologico ha permesso il proliferare di piccole aziende che producono prodotti trasformati biologici compresa la pasta(che non richiede grossi impegni finanziari) che venduta a prezzi vicini alla pasta tradizionale €0, 60/0,70 per gr.500 – contro € 1,20 per gr.500 di Voiello preparata con grano italiano prodotto anche al Nord, crea concorrenza

martedì 16 ottobre 2018

Niente straordinari in Danimarca


Ufficialmente l’orario di lavoro settimanale è di 37 ore, ma una nuova indagine dell’OCSE mostra che il danese medio lavora appena 33 ore circa alla settimana.
Quasi nessuno fa gli straordinari, a nessuno viene in mente di restare sul posto di lavoro più a lungo del necessario solo per fare bella figura
E con un orario ridotto i danesi  sono più efficienti  e più produttivi del 12%.
Continua su…


sabato 13 ottobre 2018

REDDITO DI CITTADINANZA - LETTERA A DI MAIO

Ecco la Lettera inviata da Francesco Zaffuto, sulla questione Reddito di cittadinanza, al Ministro del Lavoro Luigi Di Maio - via mail e tramite sito internet sezione contatti. Verrà successivamente inviata Lunedì 15/10/2018 via posta - raccomandata. 


Al Ministro del Lavoro Luigi Di Maio

Oggetto:  Un contributo sul Reddito di cittadinanza

Mi scuso per la lunghezza che purtroppo è necessaria, data l’importanza dell’argomento.
Nel maggio del 2013 intervenni sull’argomento (Reddito di cittadinanza) con una bozza sui centri per l’impiego e le liste di collocamento che fu inviata a 640 parlamentari, ovviamente il risultato dell’interlocuzione fu poco significativo.
 Inviai la bozza anche  al ministro Giovannini;  e dopo la nascita del governo Renzi, al ministro Poletti.
 Ebbene oggi, faticosamente arrivato al 2018 e 70 anni di età, e avendo votato per i 5stelle per la centralità nel programma del Reddito di cittadinanza, mi sembra doveroso inviarLe questa nota.
Mi scuserà se fra qualche giorno la riceverà anche per  Raccomandata,  non è per mancanza di fiducia sul ricevimento di questa mail,  ma per  seguire la stessa procedura di cortesia che ho usato con i Ministri precedenti.
Vengo al dunque.
Ci sono tre possibilità di affrontare in dottrina, in Italia,  il Reddito di cittadinanza:
quella che avevo cercato di esporre in quella bozza che si basava su un effettivo funzionamento dei Centri per l’impiego capaci di gestire  Liste di Collocamento con aspetti di obbligatorietà in toto o in parte;
quella di Reddito di base incondizionato che fu portato in referendum in Svizzera nel 2016;
e quella della proposta dei 5stelle del 2013,  che cerca di contemplare un reddito di cittadinanza generalizzato con l’esistenza di Centri per l’impiego efficienti.
 Scartata la seconda ipotesi di Reddito di base incondizionato, non perché sia sbagliata, ma perché ci vuole un coraggio da leoni per affrontarla, e non l’hanno avuto gli stessi svizzeri che in quanto a welfare e denaro a disposizione stanno molto meglio di noi; rimangono le altre due . E poiché la prima, che è la mia,  non fa dottrina mi concentro su quella dei 5stelle.

 Prima questione:  i Centri per l’impiego, possono essere resi più efficienti e collegati con sistemi informatici, un posto di lavoro in provincia di Biella di aiuto cuoco potrà essere sottoposto ad un aspirante aiuto cuoco di Canicattì.  Diventa però essenziale capire quale obbligo può derivare alle aziende per effettuare  l’offerta di lavoro al Centro pubblico per l’impiego e quale obbligo può derivare alle aziende di assumere tramite l’ordine di una Lista di collocamento del Centro Pubblico.
 Attualmente il datore di lavoro, che deve assumere,  prova in prima istanza tra le sue conoscenze parentali ed amicali, poi comincia a rivolgersi ad una Agenzia Privata di collocamento, e solo alla fine ricorre ad un Centro pubblico per l’impiego. Aggiungiamo, inoltre,  che non ha alcun obbligo di assumere la persona che viene segnalata dal Centro per l’impiego perché la facoltà di assunzione è riservata all’azienda stessa, visto che  le leggi di assunzione obbligata del dopoguerra sono state tutte abrogate.
 Non dando alcun obbligo alle aziende di ricorrere ai Centri per l’impiego per l’offerta di lavoro e non dando nessuna percentuale obbligatoria di rispetto delle Liste di collocamento, si può ipotizzare che il disoccupato iscritto al Centro non venga a ricevere offerte di lavoro o pochissime e con estreme difficoltà di assunzione. Certo, per continuare a percepire l’assegno del Reddito di cittadinanza dovrà dimostrare che sta cercando lavoro anche in proprio, e starà soggetto a controlli, ad obblighi di formazione, a disponibilità presso i Comuni per servizi; ma rischia di stare in quella deprimente situazione per anni, con gravi effetti psicologici, e si sentirà anche accusato di essere un mangiapane a tradimento.
 Il Vostro progetto di Reddito di cittadinanza, mi pare che, non preveda  l’obbligo di assunzione  per le aziende tramite le Liste dei Centri di collocamento; forse perché una tale misura  contrasta con l’attuale visione delle aziende che non vogliono rinunciare alla potestà di decidere. Quindi i nuovi Centri per l’impiego,  anche se meglio efficienti, resteranno monchi per autorevolezza.  Fare un confronto con Centri per l’impiego tedeschi, può essere utile, ma non basta,  perché occorre fare i conti la nostra mentalità  che prevede la raccomandazione amicale e  il “mi dice la testa”.
 Quindi una qualche norma sarebbe necessaria per  dare una funzione autorevole alle  Liste di collocamento dei nuovi Centri per l’impiego: magari in percentuale, oppure riservandola alle grandi aziende, oppure riservandola a lavori che non necessitano di una eccessiva specializzazione. Si può anche percorrere la strada di dare un qualche beneficio alle aziende che intenderanno optare per le assunzioni fatte attraverso l’ordine di priorità dato dai  Centri pubblici per l’impiego. Qualcosa in questa direzione va fatto, in modo che Liste di collocamento vengano ad avere una priorità di collocamento per le persone che hanno carichi di famiglia e per le persone che stanno in condizione di disoccupazione da più tempo.
  Una seconda questione: è quella di creare una necessaria duttilità nelle Liste di collocamento dei Centri per l’impiego,  che tenga conto dei titoli di studio e della formazione già conseguiti  dal lavoratore.  Il lavoratore dovrebbe essere posto nella condizione di  iscriversi su almeno due tipologie di Liste di collocamento: una tipologia,  che si può chiamare A, che corrisponde a mansioni  congruenti con i titoli di studio più elevati già conseguiti; ed una tipologia B che corrisponda a mansioni più ordinarie (o meno elevate),  ma più agevoli per trovare lavoro.  Se il lavoratore troverà lavoro tramite i Centri per l’impiego  nella tipologia B, e prende lavoro, non dovrà essere cancellato dalle Liste d’attesa di collocamento per la tipologia A; e qualora si dovesse presentare una successiva possibilità di lavoro nella tipologia A, avrà il diritto di cambiare lavoro per optare per la tipologia più elevata.
  Una terza questione:  è quella di non scoraggiare coloro che vogliono mettersi a lavorare in proprio. L’esistenza di cittadini giovani e meno giovani che vogliono provare a costruire un lavoro in proprio è fonte di grande ricchezza per il paese ed è fonte possibile di nascita di nuovo lavoro e nuovo reddito. Se diventa prevalente il beneficio di starsene ad aspettare un lavoro subordinato,   diventa anche difficile che qualcuno scelga di rinunciare a un  Reddito di cittadinanza sicuro  per sopportare tutto il rischio di costruire un lavoro in proprio. La misura del Reddito di cittadinanza dovrebbe decollare insieme ad una serie di misure che spingono a costruire un lavoro in proprio. E possono essere le più varie. Anche i centri per l’impiego dovrebbero avere una sezione di consulenza per spingere il lavoratore verso la costruzione di un lavoro in proprio. Il Reddito di cittadinanza in tal caso sarebbe funzionale   ad  assistere l’impresa del cittadino in fase di decollo, e si dovrà chiedere al cittadino la massima trasparenza in materia di fatturazione.  Ciò potrà servire per normalizzare tanto  lavoro in nero, e combattere quella parte di evasione fiscale marginale e diffusa.
 Una quarta  questione:  è l’ammontare del reddito di cittadinanza e la sua distanza con salari da lavoro molto bassi. Il reddito di cittadinanza nella misura di 780 euro è equo, ed in ogni caso va fatto decollare anche per un ammontare non eccessivamente lontano da questa cifra. Va, altresì, accompagnato  con una misura normativa che venga a determinare la Paga oraria minima per Legge;  allo scopo di evitare livelli salariali troppo bassi e al limite dello schiavismo.  La collaborazione su questa questione  con i Sindacati è fuori di dubbio necessaria; credo condivideranno che il sostegno  ai lavoratori per la disoccupazione involontaria (oggi chiamato Reddito di cittadinanza)  e il diritto alla paga minima stanno nella tradizione di tutto il movimento di lavoratori . Si possono trovare con i sindacati stessi tutte le condizioni normative per  non vanificare i contratti collettivi che prevedono paghe orarie superiori; ma la paga minima per legge è sacrosanta per evitare lo schiavismo in questo paese.
 Una quinta questione;  è quella  sull’utilizzo che potranno fare i Comuni e gli Enti locali,  di cittadini posti in reddito di cittadinanza. Può andare ben oltre le otto ore settimanali;  si possono fare convenzioni con gli enti territoriali per progetti di lavoro anche produttivi di lungo periodo. I Comuni ne avrebbero un notevole beneficio per l’utilizzo di mano d’opera a costi contenuti. Ma attenzione!  Chi è posto in reddito di cittadinanza, se viene impiegato per un numero superiore alle otto ore settimanali deve ricevere qualche euro in più.
 Una sesta questione: evitare che la formazione, durante il periodo di fruizione del Reddito di cittadinanza,  diventi spreco di risorse.  Abbiamo in Italia esperienze negative di corsi costosi e inutili, che non hanno portato ad assunzioni (la gestione di alcuni corsi di formazione regionali è stata accompagnata da sprechi e truffe).  Occorre  puntare soprattutto sulla formazione diretta fatta dalle aziende nel periodo che precede un’assunzione e in vista di una vera e propria di assunzione. Riguardo a corsi generici di formazione vanno fatti decollare con la massima attenzione per la spesa e per le previsione di possibili assunzioni.  Occorre pure vedere quanta parte di formazione è già affrontata  o  affrontabile con la Scuola pubblica, specie quella professionale,  che già assorbe una  parte della Spesa pubblica.
A queste sei questioni vanno aggiunti due punti  necessari per fare chiarezza sul piano applicativo.  
Primo punto: la riserva del reddito di cittadinanza ai cittadini italiani va meglio  chiarita. Chi non è cittadino italiano e non ha trovato lavoro in Italia può far parte di altri Istituti assistenziali che fanno riferimento all’Accoglienza. Chi, pur non essendo cittadino italiano, ha trovato lavoro in Italia ed ha partecipato con il suo lavoro a contributi previdenziali ed al pagamento  d’imposte, va tutelato in quanto lavoratore in Italia e va assimilato, se perde il lavoro, a tutti gli altri lavoratori italiani.  Quindi la normativa del Reddito di cittadinanza lo deve in qualche modo contemplare.
 Secondo punto, i lavoratori che attualmente sono tutelati dalla cosiddetta indennità di disoccupazione debbono mantenere le attuali garanzie di tutela e vanno solo successivamente rinviati nel regime di reddito di cittadinanza. Vanno però  corretti alcuni aspetti applicativi dell’indennità di disoccupazione che si prestano in alcuni casi a raggiri (esempio alcuni casi di uso dell’indennità nel settore del bracciantato agricolo – il collocamento nel  lavoro dei braccianti  va eseguito da Centri comunali per l’impiego, e reso trasparente, per eliminare lo schiavismo del Caporalato).   Riguardo a questo secondo punto è necessario il rapporto con il Sindacato per trovare un accordo.
  Il Sindacato va posto nella condizione di piena collaborazione per l’impianto del Reddito di cittadinanza. Il Reddito di cittadinanza può  essere un istituto che trova il finanziamento prevalente dai lavoratori e dai datori di lavoro, oltre che dallo Stato in generale. In fin dei conti il Reddito di cittadinanza è una forma di civilizzazione del mercato del lavoro.
 Infine la penalizzazione di chi abusa del Reddito di cittadinanza senza averne diritto deve avere misure agili di penalizzazione, piccole, immediatamente applicative e con un risvolto economico. Minacciare grandi pene e galera non fa bene all’Istituto del Reddito di cittadinanza che si vuol fare decollare, apre la stura a lunghi processi, alla vittoria dei furbi o alla punizione eccessiva di qualche disgraziato.
 E proprio infine,  faccio i  miei migliori auguri a Lei Signor  Ministro Luigi Di Maio, e che possa riuscire in questa impresa di civiltà e solidarietà.

Monza 13/10/2018   Francesco Zaffuto

giovedì 11 ottobre 2018

REDDITO DI CITTADINANZA E DINTORNI




E’ l’ipotesi di una lettera a Luigi Di Maio.
Che dite, la invio?

Questo blog nel maggio del 2013 intervenne sull’argomento (reddito di cittadinanza) con una bozza sui centri per l’impiego e le liste di collocamento che fu inviata a 640 parlamentari, ovviamente il risultato dell’interlocuzione fu minimo. Non essendo un luminare di un’università, non avendo un partito alle spalle, e non potendo corredare la proposta con migliaia di firme,  era velleitario aspettarsi congrui risultati.
 Speravo che già dal 2013 si cominciasse ad affrontare il problema, confidavo sulla nascita di un governo Bersani/5stelle che poteva iniziare ad affrontare l’argomento, e non decollò. Ciò nondimeno: insediato il governo Letta inviai la bozza al ministro Giovannini;  e dopo la nascita del governo Renzi mi affrettai ad inviarla,  sempre con lettera raccomandata,  al ministro Poletti (certo ero un po’ pazzo nel pensare che poteva essere letta da quei Ministri).
 Ebbene oggi, faticosamente arrivato al 2018 e 70 anni di età, e avendo votato per i 5stelle per il solo punto del programma del Reddito di cittadinanza, non mi sono precipitato ad inviare una lettera a Di Maio, ancora non oso farlo;  perché quando si raggiungono i 70 anni la possibile mancata interlocuzione pesa come un macigno.
Allora parlo da solo in questo blog.
Ci sono tre possibilità di affrontare in dottrina, in Italia,  il Reddito di cittadinanza:
quella che avevo cercato di esporre in quella bozza che si basava su un effettivo funzionamento dei Centri per l’impiego capaci di gestire delle Liste di Collocamento con aspetti di obbligatorieta in toto o in parte;
quella di Reddito di base incondizionato che fu portato in referendum in Svizzera nel 2016;
e quella della proposta dei 5stelle del 2013,  che cerca di contemplare un reddito di cittadinanza generalizzato con l’esistenza di Centri per l’impiego efficienti.
 Scartata la seconda ipotesi di Reddito di base incondizionato, non perché sia sbagliata, ma perché ci vuole un coraggio da leoni per affrontarla, e non l’hanno avuto gli stessi svizzeri che in quanto a welfare e denaro a disposizione stanno molto meglio di noi; rimangono le altre due . E poiché la prima, che è la mia,  non fa dottrina mi concentro su quella dei 5stelle.
 Prima questione:  i Centri per l’impiego. Certo, possono essere resi più efficienti e collegati con sistemi informatici per tutto il territorio nazionale.  E ciò è possibile, e di conseguenza la disponibilità di un posto di lavoro in provincia di Biella di aiuto cuoco può essere sottoposta ad un aspirante aiuto cuoco di Canicattì. Detto questo, diventa essenziale cominciare a capire quale obbligo potrà derivare alle aziende di effettuare  offerta di lavoro al Centro per l’impiego e quale obbligo può derivare alle aziende di assumere tramite l’ordine di una Lista di collocamento.
 Attualmente il datore di lavoro se vuole assumere, prima  prova a vedere se ci sta disponibile un suo parente, poi se ci sta disponibile un suo amico, poi se ci sta disponibile un parente o un amico di un suo amico, poi comincia a rivolgersi ad una agenzia Privata di collocamento che può soddisfare al meglio le sue esigenze, e solo alla fine ricorre ad un Centro pubblico per l’impiego. Aggiungiamo, inoltre,  che non ha alcun obbligo di assumere la persona che viene segnalata dal Centro per l’impiego perché la facoltà di assunzione è riservata all’azienda stessa.
·        In Italia le Liste di collocamento,  che nel dopoguerra avevano graduatorie d’attesa che dovevano essere rispettate,  sono state demolite. In un primo momento le assunzioni divenmero al 50% con chiamata diretta dell’azienda e in un secondo momento sono diventate al 100% con chiamata diretta (fatta esclusione per le categorie di invalidi).
Di conseguenza, non dando alcun obbligo alle aziende di ricorrere ai Centri per l’impiego per l’offerta di lavoro e non dando nessuna percentuale obbligatoria di rispetto delle liste di collocamento, si può ipotizzare che il disoccupato che si è iscritto al Centro non venga a ricevere offerte di lavoro o pochissime e con estreme difficoltà di assunzione. Certo, per continuare a percepire l’assegno del Reddito di cittadinanza dovrà dimostrare che sta cercando anche in proprio, e starà soggetto a controlli, ad obblighi di formazione, a disponibilità presso i Comuni per servizi essenziali; ma rischia di stare in quella deprimente situazione per anni, e si sentirà anche accusato di essere un mangiapane a tradimento.
 I cinque stelle, mi pare che, non vogliono inserire l’obbligo di assunzione (almeno in percentuale) per le aziende tramite gli uffici di collocamento. Una tale misura li renderebbe odiosi a tante aziende che non vogliono rinunciare alla potestà di decidere, e quindi i nuovi Centri per l’impiego vengono a nascere un po’ costosi e un po’ monchi per autorevolezza. Il fare il confronto con Centri per l’impiego tedeschi, non basta,  perché occorre fare i conti con una mentalità diversa dalla nostra  riguardo alle assunzioni,  da noi rimarrà prevalente  la raccomandazione amicale e  il “mi dice la testa”.
 Quindi una qualche norma sarebbe necessaria per  dare una funzione autorevole alle  Liste di collocamento dei nuovi Centri per l’impiego: magari in percentuale, oppure riservandola alle grandi aziende, oppure riservandola a lavori che non necessitano di una eccessiva specializzazione. Si può anche percorrere la strada di dare un qualche beneficio alle aziende che intenderanno optare per assunzioni fatte rispettando l’ordine di priorità dato dai  Centri pubblici per l’impiego. Ma qualcosa in questa direzione va fatto.
  Una seconda questione:  è quella di non scoraggiare coloro che vogliono mettersi a lavorare in proprio. Una normativa sul reddito di cittadinanza non può avere come solo riferimento coloro che cercano un lavoro subordinato. L’esistenza di cittadini giovani e meno giovani che vogliono provare costruire un lavoro in proprio è fonte di grande ricchezza per il paese ed è fonte possibile di nascita di nuovo lavoro e nuovo reddito. Se diventa prevalente il beneficio di starsene ad aspettare un lavoro subordinato.  diventa difficile che qualcuno scelga di rinunciare al Reddito di cittadinanza per sopportare tutto il rischio di provarci a costruire un lavoro da solo. La misura del Reddito di cittadinanza dovrebbe decollare insieme ad una serie di misure che spingono a costruire un lavoro da soli. E possono essere le più varie. Anche i centri per l’impiego potrebbero avere una sezione di consulenza per spingere il lavoratore verso la costruzione di un lavoro in proprio. Il Reddito di cittadinanza in tal caso sarebbe  in funzione di assistere l’impresa del cittadino in fase di decollo, e si chiederebbe al cittadino la massima trasparenza in materia di fatturazione del lavoro che potrà acquisire nella libera professione.
 Una terza questione è l’ammontare del reddito di cittadinanza e la sua distanza con salari di lavoro molto bassi. Il reddito di cittadinanza nella misura di 780 euro è equo, ma in ogni caso va fatto decollare anche per un ammontare non eccessivamente lontano da questa cifra. Va, altresì, accompagnata la normativa sul reddito di cittadinanza con una misura che venga a determinare nel nostro paese la Paga oraria minima per Legge,  allo scopo di evitare livelli salariali troppo bassi e al limite dello schiavismo.
 Una quarta questione;  è quella che l’utilizzo richiesto ai Comuni ed agli enti locali. di cittadini posti in reddito di cittadinanza, può andare ben oltre le otto ore settimanali;  si possono fare convenzioni con gli enti territoriali per progetti di lavoro anche produttivi di più lungo periodo. I comuni ne avrebbero un notevole beneficio per l’utilizzo di mano d’opera a costi contenuti. Ma attenzione: a chi è posto in reddito di cittadinanza e viene impiegato per un numero superiore alle otto ore settimanali, va dato qualche euro in più.
 Una quinta questione: evitare che la formazione diventi soprattutto impiego e reddito e guadagno per formatori e aziende che praticano la formazione.  Abbiamo in Italia esperienze negative: corsi costosi, inutili, che non hanno portato ad assunzioni; ed in diversi casi ci sono stati sprechi e truffe attorno a corsi di formazione regionali.  Occorre  puntare soprattutto sulla formazione diretta fatta dalle aziende nel periodo che precede un’assunzione e in vista di una vera e propria di assunzione; e riguardo ad altri corsi generici di formazione farli decollare con la massima attenzione,  oculatezza nella spesa e previsione ben certa in settori specifici.  Se si vuole puntare in formazione è necessari  vedere quanta parte è già affrontata ed  affrontabile con la scuola pubblica, specie quella professionale,  che già assorbe una  parte della spesa pubblica.
A queste cinque questioni vanno aggiunti due punti pratici ma necessari per demolire le insidie che si pongono sulla strada del reddito di cittadinanza.
Primo punto: la riserva del reddito di cittadinanza ai cittadini italiani va meglio  chiarita. Chi non è cittadino italiano e non ha trovato lavoro in Italia fa parte di altri Istituti assistenziali che fanno riferimento all’Accoglienza. Chi, pur non essendo cittadino italiano, ha trovato lavoro in Italia ed ha partecipato con il suo lavoro a contributi previdenziali ed al pagamento  d’imposte, va tutelato in quanto lavoratore in Italia e va assimilato, se perde il lavoro, a tutti gli altri lavoratori italiani.  Quindi la normativa del reddito di cittadinanza lo deve in qualche modo contemplare.
 Secondo punto, i lavoratori che attualmente sono tutelati dalla cosiddetta indennità di disoccupazione debbono mantenere le attuali garanzie di tutela e vanno solo successivamente rinviati nel regime di reddito di cittadinanza. Vanno però  corretti alcuni aspetti applicativi dell’indennità di disoccupazione che si prestano a raggiri (esempio in alcuni casi di bracciantato agricolo).  
  Riguardo a questo secondo punto è necessario il rapporto con il Sindacato per trovare un accordo. Il Sindacato va posto nella condizione di piena collaborazione per l’impianto del reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza può  essere un istituto che trova il finanziamento prevalente dai lavoratori e dai datori di lavoro, oltre che dallo Stato in generale. In fin dei conti il Reddito di cittadinanza è una forma di civilizzazione del mercato del lavoro.
 Infine la penalizzazione di chi abusa del Reddito di cittadinanza senza averne diritto deve avere misure agili di penalizzazione, piccole, e immediatamente applicative e con un risvolto economico. Minacciare grandi pene e galera non fa bene all’Istituto del Reddito di cittadinanza che si vuol fare decollare, apre la stura a lunghi processi, alla vittoria dei furbi o alla punizione eccessiva di qualche disgraziato.
 E proprio infine,  faccio i  miei migliori auguri al Ministro Luigi Di Maio,
che possa riuscire in questa impresa di civiltà e solidarietà.
Francesco Zaffuto