La tragedia
accaduta alla fine dell’anno in una famiglia del Piemonte (nel comune di
Collegno) ha avuto aspetti raccapriccianti; un uomo di 57 anni ha sterminato
tutta la sua famiglia e poi si è suicidato. Per la cronaca si rinvia a questo
link de La Stampa
Lo stesso
cronista, nel commentare il fatto, ha trovato una qualche relazione tra l’episodio
di follia e la nuova condizione di disoccupazione in cui si era venuto a
trovare da tre mesi l’uomo di 57 anni. In un caso limite come questo non è facile
porre delle relazioni; ma se si fa memoria di altri casi limite e se si
aggiungono i tanti casi di suicidio connessi alla perdita del lavoro, possiamo
dire che i casi limite sono la punta di un grande malessere.
La
disoccupazione spesso è vissuta come annientamento e come impossibilità a
potersi ricostruire una immagine della propria esistenza per sopportare l’esistenza
stessa.
Se il lavoro
è l’unica fonte di reddito per la sopravvivenza, se con il lavoro ci si
identifica in tutto, se quando il lavoro cessa viene a cessare anche l’uomo: il
lavoro è una mostruosità e la disoccupazione è un aspetto della mostruosità
stessa del lavoro.
In questa società dominata da una tecnologia
avanzata che tende ad espellere la forza lavoro non è facile difendersi. Non basta il sogno di
una ripresa della crescita per riprodurre le stesse condizioni precedenti alla
crisi economica. Non basta un obolo di carità dato a chi non lavora per tenerlo
in stato di espulsione.
Occorre che si costruiscano strumenti
inclusivi sul piano economico e una cultura che ponga al centro la persona
umana.
Lo strumento inclusivo più importante è quello
del “lavorare meno lavorare tutti”; quello che può sembrare un vecchio slogan
utopistico è il progetto umano per la società del futuro.
Sul
piano culturale quelle domande costanti che incontriamo nella nostra vita
quotidiana: “che lavoro fai?” e “quanto denaro hai?” dovranno essere sostituite
da un sostanziale “chi sei?” e “come stai?”.
2 gennaio
2014 francesco zaffuto